Ila underthesky

“La propria destinazione non è mai un luogo, ma un nuovo modo di vedere le cose”

Una lettere al mio migliore amico

Ciao Bro;

ti ricordi quelle notti a fumare guardando le stelle?

Adesso uno di noi fa parte di quelle.

Scavalcavamo in recinto del parco e ci sdraiavamo nel pratone.

Una volta mi hai chiesto se mi sentissi libero

E cosa fosse la libertà.

Mi dicesti che per te è un assolo di Jimi Hendrix

E tu fra gli spettatori in uno stadio che a far la ola.

Io rimasi un po’ a pensarci, trovando anche buffo il tuo paragone a Jimi Hendrix

E ti risposi a mia volta con una domanda:

ti sei mai sentito invisibile? E quando?

Tra risate senza senso e silenzi, ti risposi:

Per me la libertà e ciò che pensi quando resti solo.

Un uragano dentro una parola.

Vivere senza mai guardare l’ora.

Poter sbagliare, e sbagliare ancora.

Una nave che non cerca moli.

Lanciare una palla al di là della siepe

Come quei desideri che non vogliono aspettare le stelle comete.

Come chi vuol cantare quando la musica non suona più.

Ero avvolto nei miei pensieri, convinto che mi stessi ascoltando.

Invece eri accanto a me, che russavi.

Intanto che io parlavo te l’eri fumata tutta.

Presi la tua mano e ti infilai un dito nel naso.

Ti ho fatto una foto, che avrei ancora

Se non mi avessi colpito con quel gavettone.

Fortunatamente due tiri me li avevi lasciati, probabilmente ti sei addormentato prima di finirla.

Toccava sempre a me ammazzarla.

Mi sono sdraiato e ho continuato a guardare le stelle.

E mi osservavo saltare da una stella all’altra

Come in un flipper.

Con tanto di musichette.

“Ti ho visto oggi sai?!”

Con questa frase hai rotto il silenzio e le fantasie in qui mi ero immerso.

“ti ho visto che hai saltato la scuola.

Tutto per una con i capelli nocciola.

Come la mia chitarra classica non accordata.

E con due Bacardi nella busta.

La settimana scorsa l’hai presa in giro perché e caduta dalla bici

Mentre stava ferma.

E non stava nemmeno sulla bici.

Va beh, l’avrei presa in giro pure io.

Adesso ci esci?

E comunque sei uno stronzo

Ti ho visto che mi hai fatto la foto

Adesso me la mandi e la metto come immagine su msn”

sei geloso? risposi io.

“geloso? Assolutamente, lo sai che se fossi ricchione saresti il mio unico amore.

E comunque quella non è una tipa per te”

Credi di conoscermi così bene?

“io non credo, io sono sicuro di conoscerti così bene

E lei, con te, non c’entra nulla.”

Va bene dai ne parleremo un’altra volta, quando sarai più sano.

Hai intenzione di rispondere alla mia domanda?

“quale domanda?’”

Dai simo, Ti ho chiesto venti euro, prima che iniziassi a russare.

“venti euro per fare?”

Per comprare un martello e dartelo in testa.

Coglione.

Ti ho chiesto se ti sei mai sentito invisibile e quando.

“ah già, sì ma stai calmo. E passami l’accendino.”

Prima rispondimi.

“questa mattina, alla fermata del bus.

C’era un gruppo di ragazze e io ho commentato su quanto fosse carina la bionda.

E, prima che avessi finito di parlare, tu eri già in mezzo a loro

A chiacchierare di chi sa cosa.”

Simo, le ho detto che c’è li un mio amico a cui piaceva.

“e lei?”

Non ha commentato, mi ha solo detto di avermi visto passare davanti scuola in motorino

E di chiamarla nel caso fossi passato ancora di lì.

E mi ha lasciato il suo numero.

“ecco, io ero invisibile.”

Sì, ma guarda che ha la puzza sotto il naso e se la mena.

Dai, si è fatto tardi. Ci vediamo domani in fermata?

“ci vediamo domani in fermata

E ricordati che domani pomeriggio abbiamo la partita di beach nel giardino di casa mia.

Ci tengo che vieni.”

Ci sarò.

Ciao Simo.

Mi sono avviato verso casa.

Camminando nella notte

Passo dopo passo per farmi scendere la botta e tornare sano a casa.

Apro la porta cercando di fare meno rumore possibile.

Una sciacquata in bagno e via sotto le coperte.

Mi sveglio ancora mezzo rintronato

Preparo lo zaino

Mettendoci dentro di tutto

Tranne le cose che mi servivano per la scuola.

Ci metto un lenzuolo e due bottiglie di birra.

Corro in fermata.

Mi metto le cuffiette e faccio partire il mio mp3.

Tempo qualche minuto e mi arriva una coppinata dietro la nuca

Talmente forte da farmi volare via gli occhiali.

Chi poteva essere se non tu.

Sempre manesco.

Sai quanto odio chi usa le mani.

Raccolgo gli occhiali e ti avviso:

Salto le prime due ore, le altre vengo solo perché abbiamo il tema e sai quanto mi piace scrivere.

Vado con lei al parco.

Ho portato un telo e due birre perché non ho i soldi in tasca per portarla e fare colazione.

Magari è la volta buona che ci sta.

Ti racconterò.

Mi hai abbracciato e mi hai detto:

“sì, ma ricordati che oggi abbiamo la partita di beach, ci conto.”

Tranquillo, ci vediamo dopo.

Vado in stazione.

Mi aspetta li.

Passiamo una bella mattinata.

Ho un sacco di cose da raccontare al mio amico.

Non vedo l’ora.

Mi accingo a rientrare in classe alla terza ora.

Saluto i bidelli, che mi trattavano come un figlio.

Passavo le ore di castigo a parlare con loro.

E vedo la preside che mi viene incontro e mi fa cenno con la mano.

Una bella nota sul libretto.

È una donna simpatica.

Mi invita sempre nel suo ufficio per mettermi le note

E mi offre anche il caffè.

Le facevo notare quanto fosse scomoda la sedia.

E lei mi rispondeva sempre:

“ringrazia che non ti faccio mettere in ginocchio sui ceci”

Rientro in classe e l’insegnante mi accoglie con un:

“ah, quale onore, ben arrivato, da lei mi aspetto un tema con i fiocchi”

Mi consegna le tracce.

Bisogna scrivere una lettera ad un personaggio storico.

Mi viene in mente Leopardi.

Prendo mio protocollo.

Nome, cognome e data.

E scrivo la mia lettera.

Circa una qundicina di pagine.

Rileggendola mi piace, potrebbe andar bene.

Forse qualche ripetizione di troppo.

Avrei potuto utilizzare più sinonimi.

Quindi straccio il foglio e lo butto nel cestino.

Prendo un nuovo protocollo.

Nome, cognome e data.

E scrivo.

“Caro leopardi;

smettila di fare il depresso e goditi la vita.

E soprattutto smetti di fissare quella ragazza dalla finestra.

Metti ansia.”

Consegno il protocollo ed esco, vado a chiacchierare con i bidelli.

Rientro per la correzione.

Sento il mio nome.

“Di Stefano: 2”

Ma come prof? Sono stato sincero nello scrivere, almeno un 6.

Mi avvicino alla scrivania per ritirare il mio compito.

Un po’ amareggiato.

E mi fa notare che sul registro mi ha messo 10.

Perché 10 prof? Mi ha detto 2

Dal cassetto della scrivania tira fuori il protocollo che avevo strappato e buttato.

Le pagine erano riattaccate con il nastro adesivo.

“questa lettera è da 10, e ci metto anche una lode.”

Strana tipa quella prof.

Vestiva sempre colorata, poco trucco e i capelli raccolti

Fermati con una biro.

Di quelle economiche.

Portava sempre i calzini spaiati

Dei fantasmini che sbucavano dai mocassini.

Orribili.

Ti scrivo un messaggio: “ho finito il tema con la pazza e la campanella suona tra mezz’ora, ci vediamo sotto

casa tua.”

Arrivo sotto casa e, sempre con un messaggio, ti avviso:

“aprimi che sono sotto casa tua.

Non citofono perché tua mamma è una stronza”

Sento due mandate di chiave e il portone che si apre.

Mi abbracci e mi sussurri, per non farti sentire dai tuoi:

“è stronza perché gli dai del tu.”

Sorrido e annuisco.

L’abbraccio si scioglie e continui:

“Dai, muoviti, cambiati che ci aspettano.”

Oh cavolo, mi sono dimenticato il cambio.

Non posso giocare con i jeans.

“dai, la maglia c’è l’hai, ti presto io un paio di pantaloncini”

Dai, va bene.

Saliamo in camera tua.

Le mensole piene di red bull vuote

La chitarra in un angolo

E il letto disfatto.

Apri un cassetto e mi lanci i pantaloncini.

“mettiti questi, non li lavo da due mesi”

Starà scherzando. Spero.

Va beh.

Me li metto.

Rossi fluo a metà coscia.

Attillati, così stretti che mi sentivo mandingo.

“questi ho, accontentati, senno giochi in mutande.”

Dai, andiamo che sento tuo papà che ci chiama.

Scendiamo le due rampe di scale e tu mi davi le botte in testa da dietro.

Imitando il suono di un tamburo con la bocca.

Io che mi fermo di colpo e tu che mi vieni addosso.

Adesso ti faccio mangiare la sabbia.

Arriviamo al campo e ci aspettavano suo zio e suo papà.

I commenti sui miei pantaloncini fioccavano.

la star del campo.

ma li sfoggiavo nel migliore dei modi.

Con passi da sfilata e fischiettando la melodia di via col vento.

La partita era tuo papà e tuo zio

Contro me è te.

Batti tu, io sto sotto rete.

Sono basso ma salto bene.

Ero quasi uno di famiglia.

Abbiamo passato tutto il pomeriggio a giocare.

Naturalmente ci hanno stracciato

perché non pensavamo altro che farci gli sgambetti e a prenderci in giro.

“rimani qui a mangiare e prendiamo una pizza?”

Ma si dai, avviso i mei, tu intanto ordina le pizze.

Per me una diavola.

Dopo cena ci siamo rifugiati in casetta.

Hai accesso la tua solita cannetta e mi hai chiesto come fosse andata la giornata.

Rimproverandomi per non esser andato a scuola.

“te ne pentirai” mi dicevi.

Ma felice per me, per quella nuova conoscenza.

Anche se non ti piaceva.

Ti ho raccontato tutto.

Ti ho raccontato dei limoni al parco.

Ti ho raccontato che le ho lasciato il mio diario di scuola.

Tanto non ci ho scritto mai nulla.

Con la promessa di scambiarcelo ogni settimana e scrivendoci su

Scrivendoci su tutte quelle cose che ci volevamo dire

Ma che di persona non riuscivamo.

Ti ho raccontato di come è andato il tema

E di cosa ha fatto la mia matta della professoressa.

Mi hai chiesto il perché facessi così, non ne avevo bisogno.

Forse avevo costruito un personaggio intorno a non riuscivo più ad essere me stesso.

“dai, andiamo al parco.”

Hai esclamato.

Guarda che ho ancora i tuoi pantaloncini.

“tienili tu, sono troppo ridicoli per metterli io, tu invece li sai portare.”

Sei uscito dalla casetta e hai preso la tua bici, facendomi segno di sedermi sulla canna.

Mi sono seduto e siamo andati al parco.

Abbiamo scavalcato e ci siamo sdraiati a fumare in quel pratone.

Ti ricordi le fughe dalla polizia?

Quel poliziotto in moto, brizzolato e con la pancia

Me le aveva promesse.

Non mi ha mai beccato.

Oggi capita di incontrarlo lungo le vie del paese.

E in pensione.

La pancia è aumentata.

Non più brizzolato ma bianchissimo.

Si ricorda sempre di me.

E tutte le volte che mi ferma mi chiede come sto

E come sta la famiglia.

Poi mi ricorda tutte le volte che da ragazzetto non mi ha mai beccato

Era Perché mi lasciava andare

E che sapeva fossi un bravo ragazzo.

Il prete, il capo animatore, il bibliotecario.

Parlavano tutti bene di te.

Si, ti piacerebbe!! Esclamai io.

Ero più furbo e conoscevo meglio le stradine del paese.

Furbissimo proprio. Ero il primo dei cretini.

“ma certo che ricordo” esclamasti tu e imprecando perché non trovavi l’accendino.

E ti ricordi le serate sulle panchine delle piscine con gli altri?

Ci radunavamo li con gli scooter per decidere cosa fare.

Nove volte su dieci non riuscivamo a deciderci.

E allora si rimaneva lì a chiacchierare fino a tarda notte.

Ogni sera, le persone che abitavano nei dintorni, ci intimavano di far silenzio.

E noi facevamo ancora più casino.

E i carabinieri venivano puntualmente a trovarci.

Nascondevamo il coraggio sotto i sassi.

Ci chiedevano perché eravamo li.

“lo stesso motivo di ieri agente” rispondevo io.

Mi mettevo sempre in prima fila nel rispondere.

“Dovete fare meno casino ragazzi, senno vi dobbiamo sgomberare.”

“non si preoccupi, abbassiamo i toni”

La volante va via e ricominciamo con lo stesso macello.

Questa volta sono io ad intimare di fare meno casino.

Non mi andava di andare nei casini per due vecchi che continuano a chiamare i carabinieri.

Quante ne abbiamo passate, vero simo?

Simo?!

“Ho paura” hai esclamato.

Paura di cosa?

“Vedo tante luci intorno a me

Tante persone che non conosco.

Vestiti di bianco.

fa freddo.”

Dai smettila, ci sono solo io accanto a te.

Non mi far spaventare.

Stai fumando troppo e inizi a vedere i draghi.

Ti ho detto un sacco di volte di non esagerare.

Mi volto verso di te e ti vedo allontanare.

Con la mano tesa verso di me.

vedo i tuoi occhi svuotarsi.

Quel pratone è diventato una camera di ospedale.

Asettica.

Fredda.

Mi ritrovo in una stanza buia.

Accovacciato in un angolo.

Ero lì Simo.

Ad ascoltare quel tuo ultimo respiro.

Avrei voluto urlare di staccarti tutti quei tubi.

Ma rimasi li.

Inerme.

Indifeso.

Ho sentito un formicolio sotto il piede.

Apro gli occhio e mi accorgo che un ragnetto

Grande poco più di un’unghia

Si era nascosto nel mio sacco a pelo.

Forse per scaldarsi.

Delicatamente lo raccolgo, nel sacco lo avrei sicuramente schiacciato.

Lo faccio scendere sulle calze che avevo lì vicino.

Fuori tira vento.

La mia tenda non è così robusta, ma l’ho ben picchettata. Resisterà.

Sono circa le tre di notte.

E non riesco a dormire.

Sono a 2500 metri di altezza, così dice l’altimetro.

In tenda ci sono 18 gradi.

Anche se del termometro mi fido poco.

È uno di quelli da cucina che non usavo più

Modificato per usarlo in tenda.

Abbiamo fatto campo con un gruppo di amici.

Per passare una serata intorno al fuoco.

ma visto che non riesco a dormire

mi preparo una tisana, con il mio fornelletto da campo.

Durante la salita ho raccolto un po’ di salvia

Metto a bollire con l’acqua.

Mentre si scalda sto seduto con le gambe incrociate.

E mi accordo di indossare un paio di pantaloncini rossi.

Rovinati dal tempo, usati e riusati.

Un po’ scuciti e scoloriti.

E mi rendo conto di averti sognato.

Di solito i sogni non me li ricordo.

Ho comprato un acchiappasogni

Appeso sullo stipite della porta di camera mia.

Magari è colpa sua.

Tutta soggezione la mia.

Ma vedere quei pantaloncini lo ha fatto affiorare.

Mettermeli mi fa sentire abbracciato come facevi tu con me.

Quando non mi tiravi mazzate.

Sono una macchina del tempo.

Una chiave per la porta dei ricordi.

Spero di non perderli, mi sono cari.

Mai avrei detto che mi sarebbero mancate le botte in testa che mi davi

A ritmo di tamburo.

Invidiavi di me il fatto che tutto mi scorreva addosso.

Il mio essere così estroverso.

Io di te invidiavo la capacità di perdere il controllo, di lasciarti andare.

La costanza che mettevi nello studio.

Invidiavo la rabbia che mettevi nelle cose, e per questo le persone ti rispettavano.

Forse ne avevano paura.

Effettivamente usavi un po’ troppo le mani.

Messi insieme ci completavamo.

Mi piaceva leggere e Invidiavi anche questo, non riuscivi mai a metterti lì a leggere.

Solo qualcuno di fantasia, giusto ogni tanto.

Ti piaceva come scrivevo, anche se non lo facevo molto.

Eri l’unico a cui li facevo leggere.

Ti piacevano storie di draghi e coraggiosi cavalieri.

Di principesse.

Di Re e Regine.

Mi chiedevi sempre di metter giù qualcosa di fantasia

E che se mai l’avessi fatto, avresti voluto la prima copia in anteprima

E con tanto di dedica: al mio migliore amico.

Avevo già l’idea.

Racconta di un cavaliere di cristallo

A cavallo fiero di un bianco unicorno

Con la Criniera color arcobaleno

Alla ricerca di sé stesso.

E magari del vero amore.

Con il senno di poi, amico mio, avrei scritto quella storia.

Quella storia che non ho mai scritto.

Immaginando che il tempo si fosse formato li.

Chi sa oggi cosa saremmo stati io e te.

Magari due sconosciuti.

Magari avremmo litigato per qualche cavolata

e non ci saremmo più rivolti la parola.

Mi sarei lasciato volentieri il beneficio del dubbio.

Mi bevo la mia tisana, ho giusto due biscotti secchi da pucciarci.

Finisco.

Metto via tutto.

E mi rintano nel mio sacco a pelo.

Ascoltando il vento che soffia.

Domani mi aspetta una lunga discesa, meglio riposare un po’.

P.S.

Vorrei dirti ancora una cosa.

Vorrei dirti che io non so volare come te.

Ma se ti va di passarmi a prendere

Io, un giro nel tuo cielo, ci verrei a farlo volentieri.

Domani sera, ad esempio, sono libero.

Stesso parco. Stessa ora.

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io sono Ilario

Ciao! Sono un ragazzo solare con una grande passione per i viaggi. Adoro esplorare nuovi luoghi e condividere le mie avventure, ma trovo altrettanta bellezza nelle piccole esperienze quotidiane. La natura e la montagna hanno un posto speciale nel mio cuore, e mi emoziono sempre di fronte a paesaggi mozzafiato. Unisciti a me in questo viaggio attraverso storie, emozioni e scoperte!