Una notte limpida
Un telescopio e il cielo tutto per me
Cosa può andare storto?
È una notte d’estate, una delle prime notti freschine
che hanno già profumo d’autunno.
Mi sembra di sentirlo.
Mi sdraio sul prato con un brivido che sale su per la schiena.
I fili d’erba mi fanno il solletico.
Questo sentire sulla pelle.
E il profumo della terra umida.
Mi sento a casa.
Io non sto più bene.
Io non sto bene da tanto.
Per tanto tempo ho continuato a dire che sto bene,
perché era più semplice
che spiegare tutto il resto.
Non mi piacciono più gli esseri umani.
Mi stancano le loro domande,
i loro “come stai?”
detti senza aspettare davvero la risposta.
Non mi piace più nemmeno il gelato.
E questa cosa mi spaventa,
perché una volta
un gelato mi bastava a farmi tornare bambino.
Adesso non mi basta niente.
Non mi basta dormire,
non mi basta uscire,
non mi basta cambiare posto,
non mi basta cambiare persone.
Ho provato a riempirmi di rumore
per non sentire il silenzio.
Di persone
per non sentire la solitudine.
Di parole
per non sentire quelle che mi urlano dentro.
E alla fine
sono rimasto solo lo stesso.
Mi sono accorto che si può sorridere
con il cuore completamente spento.
Che si può rispondere “tutto bene”
mentre dentro stai contando tutte le cose che non ti fanno più bene.
Mi manca quello che rideva senza controllarsi,
quello che aspettava qualcosa,
quello che credeva che domani sarebbe stato diverso.
Adesso, domani mi sembra soltanto un altro giorno da attraversare.
E io sono stanco di attraversare tutto.
Stanco di essere forte.
Forse è questo che mi sta rovinando.
Non il dolore,
ma il fatto che ho imparato a nasconderlo così bene
che alla fine
nessuno si accorge più che sto chiedendo aiuto.
Sono la versione di me che ho imparato a mostrare
per farmi amare.
Non mi piace.
Poi arriva quella voce:
“Sei un adulto”,
come se bastasse una parola a cancellare una crepa.
“Sei un adulto, certi pensieri non puoi averli.”
E allora mi vergogno!!
Perché amo così tanto che mi sembra impossibile
sentire tutto questo amore
e tutta questa stanchezza,
tutta questa paura.
E forse nessuno lo dice mai:
che puoi amare qualcuno con ogni parte di te
e, nello stesso momento,
non sapere più come amare la tua stessa vita,
quando ne hai persa una.
Che bello il cielo questa notte.
Allungo la mano verso le stelle
e immagino di poterle prendere per mano,
di avvicinarle al petto, cullarle,
avvicinare l’orecchio e sentire il sussurro delle loro storie.
Si sentono storie di prodi marinai
guidati dalle stelle
e che, una volta tolte le vesti, diventino ascoltatrici di paure e di speranze.
Si sentono storie d’amore a loro confessate, a loro promesse.
Storie d’amore dichiarate alle stelle,
che ne possano essere testimoni!
Questa notte ascolteranno me.
Punto il telescopio verso sud.
È da un mese che mi studio le mappe per orientarmi,
che sfoglio il manuale per imparare a usarlo.
Così cerco nel cielo la mia stella guida.
Questa notte è la più luminosa di tutte.
Così punto meglio e metto a fuoco.
Non è una stella, è Saturno.
Mi si presenta davanti agli occhi
e mi sembra così vicino.
Davanti a così tanta bellezza mi sento un granello di polvere
e, per un attimo, mi sento un marinaio senza le vesti,
lontano da casa, pieno di speranza, di paura e di un amore da raccontare.
Caro Saturno,
mi senti? Ehi, sono qui! A mille mila anni luce da te.
Alla fine, cosa sono 1,43 miliardi di km di distanza?
Sono questo piccolo granello di sabbia.
Mi sono innamorato, lo sai?
Almeno credo.
Mi fa battere forte il cuore e non vedo l’ora di sentirla,
di vederla,
di abbracciarla,
a un livello che reputavo impossibile per me,
troppo spento.
Ma alcune cose non le cerchi: ti capitano e basta.
E in quegli occhi ci sono sprofondato.
Eh, caro Saturno! Ne avrai sentite di storie
e vorrei che un giorno me le raccontassi,
magari davanti a un bicchiere di vino,
perché io da grande voglio fare l’astronauta!!
Da grande, oppure in un’altra vita,
dove l’ansia non sarà la mia migliore amica,
dove non farò solo scelte sbagliate
e dove il mio cuore funzionerà bene.
Non mi sono mai sentito totalmente a casa
e non sono mai stato totalmente a mio agio in un posto,
tranne che per pochi istanti,
come durante un viaggio, in una tenda sotto le stelle!
E chissà quante volte ci siamo già incontrati!!
E magari qualcosa di me te l’ho già raccontata.
Magari ho espresso qualche desiderio, pensando fossi una stella!
Ma tra le sue braccia quell’istante diventa lunghissimo e avrei voluto non finisse mai.
Va beh, caro Saturno, ma ho veramente bisogno di una lettera d’amore?
È che in realtà ho sbagliato tutto!
Mannaggia a me!
Sai, una notte mi sono seduto accanto a lei.
Dormiva sul divano, per colpa mia,
ma io ero lì seduto accanto a lei pensando che,
in quel momento, fosse la cosa più bella che avessi mai visto!
Non volevo spaventarla.
Nella mia testa funzionava tutto così bene.
Ho visto troppi telefilm e cartoni animati con storie d’amore perfette!
Ma nella realtà di perfetto c’è ben poco,
tranne i suoi occhi.
Va bene, la smetto: non vorrei mai che ti offendessi, caro Saturno.
Ma ho avuto paura, sai?
Ho avuto paura di perdere me stesso dentro quei suoi occhi.
Ho avuto paura di tenere così tanto a lei
fino a pensare che la mia vita valesse realmente qualcosa.
Ho avuto paura che la mia solita frase “se deve succedere, succede”,
rivolta alla mia vita, come per dire “va beh, dovessi morire domani, poco importa”,
con lei nel mio cuore potesse modificarsi così:
“Non voglio andarmene, c’è chi mi ama e non voglio lasciarla, ho ancora tanto da darle”.
Non ci sarebbe nulla di male, in fondo.
Ma alla fine ho fatto solo un gran casino.
E rimpiango di non aver avuto il coraggio di raccontare tutto quando potevo,
nonostante fossero cose che non ho mai raccontato, se non al cielo
o a una lapide di cemento.
Rimpiango di non poterle più lavare i capelli sotto la doccia,
di non perdermi più dentro quei suoi maledetti occhi.
Rimpiango di essermi emozionato nel preparare la cena ed esser stato più maldestro del solito.
Ma soprattutto rimpiango di non averle sussurrato mai un “ti amo” nell’orecchio.
Alla fine, rimango un vaso rotto.
Sai, Saturno, ricordo che sui libri di scuola lessi di te
che puoi galleggiare sull’acqua:
la tua densità è inferiore a quella dell’acqua!
Ecco, se riuscissi ad afferrarti,
ti potrei tenere in camera da letto
in una bacinella trasparente piena d’acqua e candele profumate.
Che ne pensi?
Invece di navigare solo soletto, potresti stare con me e raccontarmi tutte le tue storie,
magari prima di addormentarmi.
Come credo di aver fatto questa notte,
di essermi addormentato sul prato,
perché adesso ho aperto gli occhi ed è già l’alba!
I miei vicini penseranno che io sia morto sul prato!
Mi ci vedo già in prima pagina nel giornale locale!
Mentre mi alzo e smonto il telescopio penso:
alla fine, tutta questa roba che ho scritto cos’è?
Non lo so.
Non voglio che tutto questo racconto sia solo una giustificazione a me stesso per come è andata, del perché è così, del perché è cosà. Lo percepisco come un omaggio a ciò che poteva essere e non è stato, per orgoglio? Per paura? Sto vivendo come se domani potesse finire tutto, non dando il tempo alle cose di succedere e non dando in tempo alla cura di me. Proprio come se tutto finisse domani. Orgoglio, paura di non essere compreso o accettato.
E che questa notte mi sono sentito un marinaio che naviga per giorni e giorni in mezzo al mare, che racconta sé stesso alle stelle e che non vede l’ora di poter riabbracciare la sua amata
e sussurrarle “ti amo” all’orecchio.
Che buon profumo.
Caro Saturno, buona notte.
A presto.








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